UZBEKISTAN low cost e fai da te: itinerario #2 tra le medresse di Bukhara [con VIDEO]

di Matteo Bellocchio

 

Quanto segue fa parte di una serie di articoli sull’Uzbekistan. Questi sono gli altri link:
UZBEKISTAN low cost e fai da te: 9 giorni con 1000 euro (tutto compreso)
UZBEKISTAN low cost e fai da te: itinerario #1 tra Tashkent, Khiva e le fortezze del deserto [con VIDEO]
UZBEKISTAN low cost e fai da te: itinerario #3 a Samarcanda, la città a lungo sognata [con VIDEO]

 

Giorno 4: lungo trasferimento a Bukhara attraverso il deserto di Karakum

L’autista ci aspetta un poco prima delle 9 fuori dal nostro albergo a Khiva. È un amico del buon Murat, il proprietario dell’Islambek Hotel. Si chiama Zahar, e, anche lui, non è di troppe parole. Ci avvisa che i 500 km di distanza verranno percorsi in circa 6 o 7 ore. Il paesaggio scorre veloce e cambia lentamente sotto i nostri occhi. Le strade nei dintorni di Urgench sono ben tenute, ma soprattuto sono vive: sul ciglio della strada c’è sempre qualcuno che aspetta qualcun altro, prevalentemente donne con i bambini che, all’ombra di bassi alberelli, guardano il traffico cercando qualche volto noto. Ogni tanto Zahar è costretto a sorpassare un asinello con un carretto attaccato alla vita, pieno di frutta o cianfrusaglie varie. Stupisce sempre vedere come nei Paesi in via di sviluppo il progresso repentino riesca ancora a far convivere gomito a gomito antiche tradizioni e modi di fare con la modernità di stampo occidentale.

Piano piano, però, il verde lascia spazio al giallo: siamo nel deserto di Kyzyl-Kum, fratello minore del Karakum, che si estende verso sud occupando quasi tutta la superficie del vicino Turkmenistan. E proprio il confine con questo stato ci accompagnerà per chilometri e chilometri. A nord, alla nostra sinistra, i pochi arbusti rinsecchiti chiazzano le dune di sabbia che si perdono fino all’orizzonte; a sud, invece, il verde che macchia l’alveo dell’Amu Darya segna il confine con il misterioso Turkmenistan. La strada è ben tenuta, ha due corsie e raramente vediamo qualcuno. Ci fermiamo dopo un paio d’ore nell’unica zona di sosta, per comprare l’acqua e per utilizzare i servizi igienici. Peccato che siano inservibili a causa della sporcizia e del tanfo insopportabile: molto meglio fare qualche passo in più e sfruttare la duna più vicina. Fa molto caldo, l’autoradio litiga con il termometro, continuando ad aumentare e diminuire di un paio di gradi la temperatura esterna, che si aggira sui 45 gradi. Dopo un altro paio di ore è tempo di fermarci a mangiare. Anche in questo caso Zahar, senza preavviso, accosta presso una baracca in mezzo al nulla. L’unico piatto che servono sono gli immancabili spiedini di manzo, accompagnati da una bella tazza di the verde. Gli altri frequentatori sono pochi camionisti e altri turisti che, come noi, stanno andando a Bukhara.

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Dopo pranzo ripartiamo per la nostra meta, e la noia del paesaggio è intervallata da un tir che sta andando a fuoco nell’altra carreggiata. Da diversi minuti vedevamo una colonna di fumo alzarsi in cielo che aveva attratto la nostra curiosità: bisognerà aspettarne molti di più, e un centinaio di chilometri macinati sotto le ruote, per incrociare un camion dei pompieri andare nella direzione opposta alla nostra. A un certo punto l’autostrada si interrompe senza preavviso, e veniamo catapultati nel vero Uzbekistan, quello nascosto al nascente sviluppo del turismo di massa, quello fatto di polverosi bazar e di autovetture scassate, quello segnato da profonde buche in strade frequentate, dall’asfalto incerto e da cadaveri di ferro ai bordi delle corsie. Per oltre un’ora veniamo sballottati a destra e a sinistra dalla prudente guida di Zahar, che oramai si è rintanato nel suo guscio, concentrato a non provocare danni alla sua Chevrolet. Per lui significherebbero giorni e giorni di lavoro perso: ci teniamo per noi le curiosità che ci vengono in mente.

Dopo 7 lunghe ore arriviamo a Bukhara. Zahar ci lascia nella piazza principale, Lyabi-Hauz, e in pochi passi raggiungiamo la Sokhrob Barzu Guest House. Riposiamo un pochino e facciamo passare la calura pomeridiano, e poi iniziamo l’esplorazione della città, partendo da Char Minar, un corpo di guardia di una medressa ora scomparsa. Per raggiungerlo ci inoltriamo in un dedalo di viuzze strette e polverose. Torniamo in centro e prendiamo confidenza con le architetture che abbiamo davanti e che visiteremo l’indomani. A cena proviamo il Minzifa, un ristorante turistico dalla cui terrazza si può godere uno splendido tramonto, con il sole che cala alle spalle di cupole e minareti creando dei giochi di luce molto affascinanti. Il posto è molto turistico, ma si mangia molto bene. Incontriamo due ragazzi italiani che erano sull’aereo con noi, uniamo i tavoli e la serata finisce annaffiata da qualche bicchierino di vodka uzbeka di troppo. L’avremmo pagata la sera successiva…

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Giorno 5: visita ai principali monumenti di Bukhara

Ci svegliamo con un filo di mal di testa e iniziamo subito l’esplorazione della città dalla piazza Lyabi-Hauz, un lato della quale è occupato dalla Medressa di Nadir Divanbegi, e l’altro dalla Medressa di Kukeldash. Al loro interno si trovano le immancabili bancarelle e i negozi di souvenir e artigianato. Ci accorgiamo subito che la seta è di una qualità nettamente superiore rispetto ai tessuti che abbiamo trovato a Khiva, e così ne approfittiamo per fare qualche regalo. A pochi passi di distanza visitiamo la Moschea Maghoki-Attar, la più antica dell’Asia centrale. Fa strano leggere sulla guida che per salvarla dalla distruzione delle orde mongole venne interamente ricoperta di sabbia. Oggi ospita un museo di tappeti, che ad un’occhiata veloce dall’esterno non ci è parso così interessante. Un malessere strisciante si insinua in me quando penso che una moschea di oltre mille anni fa sia stata adibita a questo scopo, schiava di un turismo di massa indifferente alla Storia ma assetato di finto folklore.

Ci dirigiamo verso il Toqi Telpak Furushon Bazar, uno dei pochi superstiti mercati coperti della vecchia Bukhara dopo le ristrutturazioni sovietiche. Da qui parte la Khakikat, una via pedonale che ci porta in una piazzetta, dove a pochi di distanza si contrappongono i maestosi ingressi della Medressa di Ulugbek e della Medressa di Abdul Aziz Khan. Intravvediamo il Minareto Kalon che spunta dai tetti delle case, e puntiamo diretti verso piazza Hoja Nurabad. Siamo fortunati che non c’è ancora nessuno, e ne approfittiamo per scattare qualche foto. Alla nostra sinistra si erge la Medressa di Mir-i-Arab, ancora oggi in funzione. L’accesso è interdetto ma dall’ingresso si riesce ad assaggiare la quiete che regna all’interna, lontano dal crogiolo di idiomi diversi e macchine fotografiche che regna all’esterno. Di fronte si trova la Moschea Kalon, al cui ingresso uno svogliato bigliettaio ci vuol far pagare anche l’utilizzo della macchina fotografica.

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Sta iniziando a far caldo ed è un sollievo sostare sotto i colonnati del cortile interno. Ma prima di andare a mangiare c’è ancora l’Ark da visitare, l’antica fortezza che svetta alla fine del vialone. Ci incamminiamo controvoglia, forse prevedendo la delusione che avremmo avuto. Al suo interno, ovunque, ci sono lavori di ristrutturazione, che impediscono l’accesso a diverse sale ma anche ai bastioni dai quali è possibile ammirare i tetti della città vecchia. Non ci resta che gettare un rapido sguardo alle catapecchie tirate su in fretta e furia nella città nuova e uscire. Il sole è a picco e la fame inizia a farsi sentire. Decidiamo di fare un ultimo sforzo e visitare anche il Mausoleo di Ismail Samani, in mezzo al parco Samani. Il mausoleo è un piccolo gioiello, molto caratteristico per l’elaborato lavoro di incisione sulle spesse mura esterne. Ma quello che più ci colpisce è il parco. Lo stereotipo del classico parco sovietico si fa realtà davanti ai nostri occhi. Viali immensi non curati, con l’erba che tenacemente sbuca dall’asfalto; una ruota panoramica arrugginita con le cabine dai colori sbiaditi dal sole; baracchini deserti in stile luna park con diversi giochi per bambini e adulti. Il tutto nella desolazione del primo pomeriggio. Prendiamo un taxi e torniamo in centro, dove pranziamo al ristorante Lyabi-Hauz, ombreggiato da gelsi secolari e affacciato sull’antica vasca, una delle poche rimaste del vecchio ma insalubre sistema idrico. Il posto è turistico ma ne approfittiamo per prendere una pausa dall’immancabile carne e assaggiare anche un po’ di frutta e verdura.

Dopo un breve sonnellino pomeridiano ci incontriamo nuovamente con Beatrice e Lorenzo, i due ragazzi con cui abbiamo cenato anche ieri sera, e andiamo al Chinar, un ristorante tipico frequentato dalla gente del posto. Ci accomodiamo sulla terrazza del piano superiore, ma forse il caldo sprigionato dal pavimento, o forse qualche cibo non proprio cucinato a dovere, ci causano dei problemi di digestione (a me soprattutto!). Neanche una veloce passeggiata per le viuzze buie vicine al centro riesce a calmare il mio stomaco. Vi lascio immaginare come sia finita la serata.

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Giorno 6: visita alla Necropoli di Chor-Bakr e trasferimento a Samarcanda

Rimango in camera. Non riesco proprio ad uscire. Ne approfitto per scrivere e lavorare un po’, anche se la prima ora è un continuo andirivieni dalla scrivania al bagno. Penso anche di avere qualche linea di febbre e sono giù di morale. Sono cose che succedono in viaggio, e che nonostante l’attenzione possono capitare. Metabolizzo alla svelta la sfortuna e cerco di concentrarmi sulla giornata che mi aspetta: Samarcanda, il sogno che diventa realtà! Gli altri vanno a visitare la Necropoli di Chor-Bakr e tornano dopo un paio d’ore,evidentemente delusi.

Alle 14.30 andiamo in cerca di un taxi che ci porti alla stazione. Dista circa 20 minuti, essendo situata fuori città. Arriviamo verso le 15 e dobbiamo aspettare una mezzoretta affinchè si aprano le porte del nuovissimo e futuristico treno che crogiola sui binari. Il nome, Afrosiab, è lo stesso della nostra destinazione, il nucleo originario di Samarcanda. Saliamo e scalpitiamo per arrivare il prima possibile nella città che da sola evoca tempi passati e gloriose spedizioni carovaniere sulla Via della Seta. Samarcanda, la potenza di una città a lungo sognata.

 

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