sarajevo vista dall'alto

SARAJEVO: un incontro di culture avvolto dalla nebbia

di Matteo Bellocchio

 

Il passaggio dalla Croazia alla Bosnia è netto. Da un lato perfette autostrade che tagliano campi non coltivati e pascoli con mucche lasciate allo stato brado, dall’altro strade tortuose, che nel buio vengono infastidite solo dai fari dei veicoli, strade che si fanno spazio a fatica ai piedi di splendide vallate e a fianco di torrenti e ruscelli. Ci si accorge subito della povertà: dopo Banja Luka sembra di tornare indietro nel tempo di quarantanni, tra case mal tenute e macchine oramai fuori produzione. Gente tosta, dai visi arcigni e dagli sguardi torvi, gente povera ma dura come i suoni della lingua, gente che sputa ancora per terra come i nostri nonni.

Il raggio di sole che sgomita tra le nubi, in questa grigia mattinata di ottobre, cerca di diradare la nebbia che avvolge il futuro di questo territorio.

Una nebbia composta da nazionalismo e religione, che nasconde la lontana vicinanza delle tre anime che convivono forzatamente in pochi chilometri quadrati:

qui ci sono i serbi, che sono ortodossi, che parlano il serbo-croato ma che scrivono in cirillico; poi ci sono i bosniaci, che sono musulmani, che parlano l’arabo e il serbo-croato, e che scrivono da destra a sinistra; poi ci sono i croati, che sono cattolici, che come i serbi parlano il serbo-croato ma scrivono con il nostro alfabeto. E poi ci sono le minoranze. Tre differenze, tre strade che vanno in opposte direzioni, tre diverse scuole per i bambini, che già dalla tenera età crescono con la diffidenza verso il diverso, verso quell’altro che in realtà è loro cugino. Per quanto ancora troveremo nel giro di 500 metri una moschea, una chiesa ortodossa, un tempio ebraico e una cattedrale cattolica?

Ma sotto la patina dello status quo vigente si nascondono le scorie rancorose della guerra che abbiamo avuto sull’uscio di casa e che abbiamo cercato di nascondere sotto lo zerbino.

i buchi delle granate riempiti dalla vernice rossa

Sarajevo non vuole dimenticare, non può. I solchi delle granate vengono regolarmente riempiti di un colore rosso intenso, a testimoniare ad imperitura memoria il sangue versato. Gli edifici lungo il tristemente noto Viale dei Cecchini mostrano orgogliosi le ferite non ancora rimarginate, quei buchi dei proiettili che spiccano nonostante lo stucco. Oggi questa strada è una delle arterie principali per il traffico automobilistico, ma durante l’assedio era il luogo preferito degli assedianti per il tiro al bersaglio: aperto, largo e spazioso, tutto il contrario degli angusti vicoletti della città vecchia di stampo islamico. I serbi al sicuro sulle montagne ma senza nulla, senza rapporti sociali né distrazioni, e quindi costretti a divertirsi bersagliando i sarajeviti. Però… però, e lo spiega molto bene Rumiz in Maschere per un massacro, però in città c’era la vita, c’era la paura che si combatteva con incontri clandestini, come quelli organizzati dalla Filarmonica.

Una risposta agli aggressori, come a dire loro: non ci riuscirete, per avere Sarajevo dovrete ucciderci tutti, e questo vi sarà impossibile,

come ricorda Emir Nuhanovic, direttore nello sciagurato ma coraggioso periodo. Un filo di luce, un filo di speranza… fragile come il Tunnel della Vita che però ha salvato migliaia di persone. Durante il lungo viaggio in tram per visitarlo, cerco di guardare negli occhi gli anziani e gli adulti per capire cosa devono aver significato 1425 giorni di assedio: le privazioni, le perdite (si parla di 50000 morti), il mancato rifornimento di acqua, cibo e medicinali, con tutte le inimmaginabili conseguenze per la salute e l’igiene, ma anche per la mente e per l’anima.

i cimiteri di sarajevo visti dall'alto

Ciò che colpisce è la dimestichezza con la morte, una morte esposta e non nascosta come da noi, non dentro alti muri ma visibile attraverso sottili reti metalliche. Vedendo la città dall’alto, dopo aver preso un bus guidato da un attempato autista con la sigaretta in bocca, ci si accorge delle innumerevoli chiazze bianche che macchiano i due lati della vallata su cui si è sviluppata la città. Sono cimiteri, candidi nelle bianche lapidi, che sono sorti in ogni angolo libero disponibile, su ogni aiuola pubblica dove hanno trovato riposo le vittime della violenza serba.

sarajevo è un incontro di culture

Sarajevo è anche un incontro di culture. Da una parte la zona musulmana, con viuzze piccole e negozietti di artigianato, con moschee silenziose e i minareti che a intervalli regolari emanano il loro richiamo; dall’altra il classico vialone griffato dalle multinazionali e dai negozi di moda. Si volge lo sguardo a sud e si vede Istanbul, lo si volge verso nord e si vede Vienna. Rilassatezza da un lato, frenesia dall’altro. La parte musulmana è sonnacchiosa e pigra di mattina, con i bar e i ristoranti che aprono con calma, mentre è invece frettolosa di sera, quasi che sentisse ancora la cappa del coprifuoco chiudersi sulla testa. Al crepuscolo, nel momento in cui si accendono le luci dei lampioni, avviene la magia, quando il richiamo dei muezzin invita i fedeli alla preghiera e si attizzano i fuochi per le grigliate di carne, che saturano l’aria dell’odore pungente della brace.
La gente, i simili, vogliono stare insieme, come durante le partite di scacchi all’aperto nel parco Oslobođenje, il Parco della Liberazione, durante le quali i piccioni passeggiano indisturbati in mezzo alla scacchiera dipinta sul selciato, indifferenti, come i giocatori, ai consigli non richiesti del pubblico presente.

la biblioteca distrutta durante l'incendio

E allora viene in mente la famosa foto della Biblioteca Nazionale distrutta e ricoperta dalle macerie, bruciata e umiliata, messa a nudo dalla vigliaccheria umana.

È difficile trovare la bellezza in una foto in bianco e nero, ma dobbiamo tenere a mente, come ha fatto Sarajevo, che la speranza c’è sempre, che c’è sempre un raggio di sole che dirada la nebbia ed il buio.

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