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RADIO ATLANTA MILANO: dalla nascita delle radio libere al web, passando per gli anni di piombo e la «Milano da bere»

di Matteo Bellocchio

 

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Domenica 9 giugno sono stato ospite di questa Radio. Il mio intervento lo potete trovare nell’articolo «[EVENTO] LA MIA INTERVISTA A «SAFE & SOUND» SU RADIO ATLANTA MILANO – Viaggi, partenze, posti che abbiamo nel cuore – 09/06/2019».

 

Siamo nel 1975. Milano, e tutta l’Italia in generale, sono nel pieno degli anni di piombo. È un decennio triste, dall’aria cupa e soffocante. A livello locale sono gli anni irrequieti della malavita, dei night club e delle bische clandestine. Sono anni dominati in un primo periodo dalle bande armate specializzate in rapine a mano armata e sequestri di persona, come quella di Renato Vallanzasca; poi la criminalità diventa più organizzata, con l’espansione della mafia, portata anche recentemente sullo schermo da Riccardo Scamarcio nel film «Lo Spietato». A livello nazionale il clima è ancora più pesante. È da poco passato il Sessantotto, con le sue contestazioni di piazza e la controcultura giovanile, e si respirano gli strascichi dell’Autunno Caldo, quella grande mobilitazione sindacale avvenuta nel 1969, fatta di scioperi, boicottaggi e occupazioni, che chiedeva più diritti per la classe operaia. Gli anni Settanta sono caratterizzati dalla cosiddetta «strategia della tensione», dalle stragi e dagli attentati, dalle bombe in piazza Fontana a Milano, in piazza della Loggia a Brescia, sul treno Italicus, alla stazione di Bologna, soltanto per citarne alcune.

Sarà forse per questo che Milano, negli Ottanta, vuole togliersi di dosso le scorie radioattive di questo clima di orrore:

inizia così il mito della «Milano da bere», degli aperitivi, dell’ossessione per la carriera, fatta di arrivismo e conformismo, della perdita valoriale dell’essere nei confronti dell’apparire, del mito della moda e di New York.

È l’epoca degli yuppies, del successo senza ostacoli da raggiungere ad ogni costo, a scapito di tutto e di tutti, a scapito anche e soprattutto della propria felicità (e sanità mentale, come ci ha mostrato Christian Bale in «American Psycho»). E così, dallo slogan creato per una campagna pubblicitaria dall’Amaro Ramazzotti, almeno fino allo scandalo di Tangentopoli, Milano vive in una realtà dorata il passaggio da una città di operai ad una metropoli di servizi, portandosi a dietro tutte le contraddizioni ed i problemi di un tessuto sociale che cambia ad un passo più lento rispetto al progresso galoppante, che ha portato all’iconica dicotomia (e di superficiale lettura) tra punk da un lato e paninari dall’altro.

È in questo periodo che muove i primi passi Mauro Magni, anche grazie ad una sentenza della Corte Costituzionale, che nel 1976 di fatto liberalizzava l’etere, smontando il monopolio della radio di Stato. E così, prima modificando una vecchia radio a valvole, e poi, sfruttando un nuovo e più potente trasmettitore, riesce ad occupare la frequenza 95.650 Mhz. Nasce ufficialmente Radio Atlanta Milano, che nel giro di una decina di anni valicherà i confini regionali per coprire buona parte dell’Italia settentrionale. Sono le radio libere, che per quelli sfortunati come il sottoscritto, che non hanno avuto il privilegio di viverle, sono diventate iconiche con il film Radiofreccia, e con il monologo del protagonista Ivan Benassi:

Credo che c’ho un buco grosso dentro, ma anche che il rock’n’roll, qualche amichetta, il calcio, qualche soddisfazione sul lavoro, le stronzate con gli amici ogni tanto questo buco me lo riempiono.
Credo che la voglia di scappare da un paese con ventimila abitanti vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso, e credo che da te non ci scappi neanche se sei Eddy Merckx.
Credo che non è giusto giudicare la vita degli altri, perché comunque non puoi sapere proprio un cazzo della vita degli altri.
Credo che per credere, certi momenti ti serve molta energia. Ecco, allora vedete un po’ di ricaricare le vostre scorte con questo..

E “questo” era «Rebel Rebel» del Duca Bianco. Erano radio private che si auto-alimentavano con i contributi degli ascoltatori, spesso dei soli proprietari, ed erano quindi libere, slegate dalle logiche del marketing e del mercato. Ma a cavallo degli anno Novanta, l’avvento dei grandi network segna una svolta micidiale nella vita delle piccole radio libere e indipendenti: per sgominare la concorrenza questi colossi non solo acquistano le frequenze già occupate, ma, sfruttando trasmettitori di elevata potenza, coprono spesso le onde delle piccole emittenti. I proprietari si vedono così costretti a vendere. Radio Atlanta rimane però un fuoco che cova ancora sotto le ceneri. Nel 2011 Mauro trova un locale in via Londonio, a pochi passi dal parco Sempione. Gli studi sono nel seminterrato, in un «utero materno con le pareti di vinile ed un soffitto a volte a botte», come l’ha genialmente descritta lo psicanalista Luca Nicoli. Mauro è riuscito a contattare i suoi vecchi collaboratori e a organizzare una serata-evento. La nostalgia e la passione sono troppo forti per non proseguire: Radio Atlanta, grazie al potenziale del web, ritorna a trasmettere musica, quella vera, quella pura, quella da cui tutto ha avuto origine, quella omaggiata da Eugenio Finardi:

Con la radio si può scrivere, leggere o cucinare,
non c’è da stare immobili, seduti lì a guardare.
E forse proprio questo che me la fa preferire:
è che con la radio non si smette di pensare
Amo la radio perché arriva dalla gente,
entra nelle case e ci parla direttamente.
E se una radio è libera, ma libera veramente,
mi piace anche di più perché libera la mente.

Libera come Radio Atlanta Milano. Libera, come la passione.

 

Photo credit: remecologia.it

 

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