veduta dall'alto della foresta amazzonica

MANAUS: la città che brucia la foresta di tabacco

di Ricardo Steven

La raggiera delle vie che dal centro storico della città convogliano al fiume mi hanno portato ai piedi di un argine terroso e trafitto da un’infinità di funamboliche palafitte sbilanciate in avanti sull’acqua. Sono dipinte, a seconda dell’iniziativa dei proprietari, di colori tanto accesi da aprire speranza nella miseria e tali da essere capaci di allungare un po’ delle loro tinte fuoco e pastello sulle falesie di vetro e cemento dei palazzi del potere, che gli danno le spalle e sono obbligati malvolentieri a rifletterle. Le pennellate cromatiche sulle assi grigiastre venate di umidità delle catapecchie urlano uno scanzonato ottimismo, e sembra che sia un’umanità vincente ad abitarle, ma è solo suggestione.

Lo zaino pesa e mi ingobbisce sulla spianata fangosa dove attraccano i recreios, i barconi a ponti sovrapposti che svolgono il ruolo di principale mezzo di trasporto in queste terre, in perenne lotta con l’invadenza delle acque. Subisco immobile il magnetismo delle due pedate fangose nelle quali sono ancorato e affondo. Non riesco ad orientarmi ad alcun tipo di azione, cercando una ragione che possa integrarmi a tutta l’umanità che mi circonda e che si arrabatta intensamente in qualunque attività. Attendo improbabile, al centro di un turbato quadro visionario di simboli di potere e miserie.

l'embarcadero di manaus

Sull’orizzonte prossimo si staglia il profilo delle torri di vetro e cristallo della city, che degradano miseramente con stridore nella fangosa downtown degli embarcaderos dove sosto.

I simboli del nuovo ordine economico torreggiano come tiranni, non crudeli ma bensì seduttivi sulla moltitudine delle anime che vengono abbagliate dai loro lampi di luce solare riflessa.

Genti mal addomesticate all’idea del perpetuarsi infinito delle loro ataviche privazioni, sono ammaliate da queste architetture e da quella possibilità di accedere al benessere che mai si era prospettato a nessuna generazione antecedente. Che per loro questo valore aggiunto si limiti generalmente ad un televisore via cavo svilisce il concetto di ottimo paretiano. Anche il solo miraggio dà qualità ai loro sogni.

Da questi monoliti autocrati il paesaggio scala in un sistema quasi piramidale verso costruzioni industriali di suggestivo sapore coloniale, dai lunghi ossidati tetti appuntiti e con spioventi arricchiti di decori liberty e intagli di ghisa, ricci metallici e giganteschi bulloni. Le loro ciminiere di mattoni sbuffano furiose vomitando fumi e vapori a getto continuo in ogni dove, in sfregio degli slums proletari che naturalmente si affacciano e si ammassano lungo le alte pareti di mattoni rossastri, a garanzia di una qualche forma di reddito o di sussistenza, forse attraverso uno dei mille rivoli di opportunità indirette da cogliere. Quello che va per la maggiore sembra il riciclo di un qualunque materiale esausto.

macelleria artigianale a manaus

Le forti accelerazioni economiche in realtà escludono dai loro benefici le ampie fasce di popolazione, che sono state diffidate dal partecipare ed intervenire ai processi di creazione di queste nuove ricchezze. Possono solo subire i disorientamenti e le strumentalizzazioni di un miraggio di ricchezza che in realtà a loro non apparterrà mai.

La cosa peggiore è che per questo sono disposti a sacrificare le loro coscienze, le loro identità, l’integrità della terra che li ha generati e alimentati.

In questo universo liquido, giganteschi pesci dalle fattezze preistoriche, che sembrano sopravvivere solo nell’incantesimo di un ecosistema inviolato dal tempo, guizzano invece sotto l’embrione gigantesco delle fondamenta di un ponte titanico, che a breve svetterà sul fiume per distanze e altezze che urlano sopraffazione e volontà di sottomissione. L’ingegno dell’uomo è al servizio del diavolo.

vista di una zona paludosa del rio negro

Perlati delfini rosa si inarcano come ponti sospesi tra due punti, aprendo i loro lunghi becchi dentati che si spalancano in sorrisi, inseguono i battelli mentre i rifiuti sui ponti ammassati vengono gettati loro addosso soffocando bestialmente la loro gioia, il loro diritto di esistere e la loro incantevole e docile bellezza. È una convivenza irreale e destinata in breve al collasso. Tanto più il delicato e armoniosamente complesso mondo della foresta cerca di trovare timida e delicata espressione in tutte le sue forme, tanto più stringe l’assedio della volgarità del progresso che con i suoi lezzi la annienta rapidamente.

È un’industria terrorizzante che ricava elitaria lussuria dalla miseria di molti, da enormi distruzioni e violenti stupri.

Schiere anonime di masse umane indistinte all’opera, immerse nei veleni sociali e nei materiali contaminanti sciolti nelle acque del fiume.

vista dalla barca vero la foresta amazzonica

Sono scalzi, luridi di oli industriali e con le spalle emaciate dalla sopportazione dei pesanti carichi che trasportano in bilico sulle spalle magre e nodose. Sembrano capaci di scelte di opportunità perfette ma il contesto disumano in cui operano li destina ad un ruolo immutabile. Si lanciano con gesti e movimenti vigorosi nelle loro faccende ma le fibre appaiono stremate. Il loro mondo si riduce ad un brulichio cadenzato, ad una ritmica ripetuta e concertata nell’asfissiante e insopportabile calura. Sembra un quadro di Bosch dove creature metamorfiche, zoomorfe, antropomorfe guadagnano nicchie di scena infernale e lisergica. Nelle melme dello Stige amazzonico uomini e animali si contendono gli spazi, si sovrappongono mischiandosi, fuggendosi e contorcendosi. Annegano nella corruzione, in un primitivo magma primordiale di letali miscele moderne. La prua si stacca e scivola dritta lontano dove il mondo esprime ancora verità… lontano… nel profondo della foresta… la teogonia del mondo.

Il mio ultimo pensiero è stato il timido e inerme urlo di dolore di quella foresta che come il tabacco brucia nella voluttuosa torcia dell’appagamento delle vanità umane.

 

Photo credit: Ricardo Steven

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