la vista del rio negro dall'embarcadero di manaus

MANAUS: il brusco risveglio nel cuore della Foresta Amazzonica

di Ricardo Steven

Mi sento già mutilato della vera essenza del viaggio: le distanze. Danno forma alla destinazione degradando verso di essa attraverso il mutare della fisionomia dei paesaggi, la summa delle esperienze, la differenza delle risorse disponibili. Anticipano il fascino della meta attraverso le trasformazioni che declinano su di essa in un puzzle logico e fantastico di variabili fatte di uomini, animali, climi, prove e interrogativi.

Riempire questi spazi topografici allora vuoti richiedeva decine e decine di giorni di navigazione e di perigliosi cammini, solo per penetrare le barriere naturali che erano le porte d’accesso a questi territori tanto insidiosi quanto gelosi di sé stessi. L’impresa, che tale era, riusciva in virtù di inscalfibili convinzioni, di visioni che si traducevano in gesta solide, che a loro volta trovavano causa in una incrollabile fede nella divina provvidenza e vigore nella fiducia, condizionata dalle necessità, dalle proprie risorse fisiche e mentali. Le mie distanze invece sono annientate da un aereo che in poche ore mi priverà di esse.

Fortaleza-Manaus. In sorvolo sull’Amazonas. Notte da molte ore. Assecondo le ampie virate del piccolo bimotore spostando i carichi ora alla mia destra verso il corridoio di moquette, ora schiacciandomi lungo l’oblò, tendente a squarci di terreno che si mischiano informi alla pece dell’aria appiccicosa e si stagliano sul profilo dell’ala. In tutto questo mischiarsi ed escludersi di tinte caliginose, si condensano ombrelli di nebbia attorno alle cime di alti vessilli arborei contorti mentre puntiformi luminescenze artificiali fiammeggiano di scie sfuocate, soffocate dall’infinito mare notturno che le circonda. Distano le une dalle altre centinaia di chilometri di nulla. La foresta evapora nella condensa come un pesante asciugamano bollente steso fumante ad asciugare.

Le colonne di bruma alte centinaia di metri sono gli effluvi di questo fitto, macero mantello di pieghe intriso di suggestioni, misteri, leggende, creature mitiche.

bambini sulle sponde del rio negro

La città è inghiottita nel cieco soffoco e forse non sono solo preludi. Manaus ha una crescita ventricolare del suo tessuto urbano, arido, carico di infiniti vialoni a scorrimento veloce illuminati al neon, popolato da ombre che allestiscono il quotidiano teatro di prostituzione e di malaffare. Il crepuscolo è gravido di sospetti. Le figure umane sono rare durante le notti madide di sudore e l’eccezionalità delle loro apparizioni gli regala le suggestioni dei bassifondi metropolitani. Corriamo veloci tra sussulti e brusche frenate in questo deserto urbano, evitando esposizioni. Il caldo fiato opprimente e soffocante fa fermentare ogni sensazione e ogni impressione.

Le ore diurne cambiano aspetto ai profili, che sembrano ora più docili e disposti alla nostra presenza. Il rassicurante frinire delle voci dall’intercalare melodico e musicale regalano l’opportunità di potersi timidamente mischiare a questa quotidianità di borgata esotica. Si sovrappongono le anime indaffarate nell’esercizio del mercatare, dei mestieri e delle arti esercitate lungo le vie, dentro le nicchie e tra gli incroci trafficati,

tra colori di frutti sparsi su bancarelle improvvisate e silhouette femminili che liberamente si dondolano toniche e ancheggiano generose.

cianfrusaglie e cibo caricati a bordo del barcone

Tutta questa platea comune fa da proscenio alla sontuosa sagoma del teatro Amazonas carico di stucchi importanti, francesi nostalgie belle epoque, tegole alsaziane, marmi di Carrara. Da dietro i suoi colonnati riecheggiano ancora gli afflati musicali delle esibizioni dei grandi tenori dell’Opera del passato che si erano trascinati in questo oscuro angolo di mondo, forse blanditi dalla melliflua magnificenza di questo tempio che prometteva di accrescere la loro fama. Forse all’inverso erano stati incaricati di dare lustro coi loro nomi di interpreti celebrati a questo nuovo simulacro, simbolo delle svelate opportunità economiche derivanti dalla coltivazione ed estrazione del caucciù, il loro oro bianco.

Trasportato con nave e trascinato per braccia dalla vecchia Europa come nell’epica sisifea di un visionario Fitzcarraldo,

il teatro era il soggetto che incarnava l’antica prosopopea della conquista attraverso la visione ecumenica di portare il sublime nel nulla, il potere civilizzatore nel mondo selvaggio.

In realtà altro non si adoperava che a blandire gli animi in ragione di una ricercata superiore appartenenza dei suoi attori economici e a imporre la volontà di autodeterminarsi nel carosello del loro supponente edonismo.

Photo credit: Ricardo Steven

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