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ISOLA DI PASQUA: una canzone dalla fine del mondo, guardando l’infinito alle spalle dei moai

di Matteo Bellocchio

 

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Questo articolo fa parte della serie sull’Isola di Pasqua. Questi sono gli altri link:
ISOLA DI PASQUA: itinerario di 5 giorni a Rapa Nui (giorno #1 e #2)
ISOLA DI PASQUA: itinerario di 5 giorni a Rapa Nui (giorno #3)
ISOLA DI PASQUA: itinerario di 5 giorni a Rapa Nui (giorno #4 e #5)

 

Mare. C’è mare ovunque. Sono cinque ore che sto sorvolando questa infinita distesa blu e sto iniziando a pensare dove possa essere lei, l’Isola di Pasqua, la destinazione tanto sognata e tanto attesa. Giunge alla fine di questo viaggio pazzesco, che mi ha portato dalle vette delle Ande peruviane (ne ho parlato nell’articolo «CUZCO: il dolce naufragar dall’Altiplano alla sierra») ai deserti cileni. Mi sono stupito di fronte alle meraviglie che mi ha regalato la Natura, ammirando la Via Lattea che illumina le strade polverose di Atacama e navigando un lago a 4000 metri di altezza, dove la gente costruisce isole e abitazioni con i giunchi che crescono sulle sue acque. E poi mi sono commosso di fronte agli enigmi della Storia, contemplando una città costruita sulla cima di Macchu Picchu. E adesso voglio innamorarmi, ascoltando il vento al cospetto dei moai e guardando l’infinito dell’oceano che si perde alle loro spalle.

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Ecco, finalmente. Sono atterrato. Il tempo di recuperare i bagagli e Monique, la proprietaria dei bungalow prenotato su Booking (clicca qui per avere uno sconto del 10% sulla tua prossima destinazione!), ci accoglie con una collana di fiori. Metteteci l’aeroporto, che in realtà è una grande capanna con il tetto di foglie di palma, e lo stereotipo perfetto della Polinesia è servito. Come afferma Marco Aime, si chiama “autenticità rappresentata”, ed è la messa in vendita di alcuni aspetti tradizionali indotta dalla richiesta dei turisti che cercano il vero.

Paradossalmente, un certo turismo “etnico” va alla ricerca di culture locali autentiche, ma nello stesso tempo è espressione di un’industria turistica che, creando l’illusione della autenticità, rafforza di fatto la simulazione sociale e culturale.

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La storia conosciuta di questo posto, unico nel suo genere in tutto il mondo, è abbastanza recente. Viene scoperta nel giorno di Pasqua dell’anno 1722 e, fedele alla tradizione delle grandi spedizioni di scoperta e di conquista, prende il nome dall’evento. L’Occidente è arrivato. Non è ancora giunta l’epoca della grande Antropologia, ma qui ci sono tutti gli elementi per lo sguardo curioso del Vecchio Mondo sui nativi, per la costruzione di una nuova capanna, dove un antenato di Malinowski prende appunti guardando la vita passare, mentre

i giorni passavano e l’oceano li stava a cullare, e il vento alla fine del mondo portava un canto del mare.

La storia si potrebbe superficialmente suddividere in quattro periodi distinti. Il primo è il periodo della scoperta e della colonizzazione, quando alcune imbarcazioni leggere dal continente sudamericano giungono in Polinesia, e, dopo giorni e giorni di navigazione, approdano a queste inospitali scogliere a picco sul mare. Il secondo è il periodo della ricchezza, dei moai e del disboscamento. Prendete una società con una dozzina di tribù rivali, sparpagliate su un territorio di 160 chilometri quadrati. Queste tribù, in competizione tra loro, iniziano a scavare il tufo da un pendio di un vulcano, e da qui si ingegnano per trasportare questi immensi monoliti in ogni angolo dell’isola, posizionandoli con lo sguardo rigorosamente rivolto verso l’entroterra a protezione dei villaggi. Questa operazione comporta il totale disboscamento del territorio, sia per la creazione delle strade per il loro spostamento, sia per l’utilizzo del legname necessario per pali e rulli. La deforestazione selvaggia segna il collasso dell’ecosistema: la fauna muore ed il vento non trova più ostacoli per erodere il suolo. Avviene così il passaggio ad una terza fase, quella della povertà e delle guerre civili. La mancanza di risorse crea uno stato di guerra perenne tra le tribù, impegnate a sottomettere i vicini per sopravvivere.

Il cannibalismo e la quasi estinzione della popolazione sono il risultato delle scelte scellerate di una società che ha vissuto consumando costantemente più risorse di quelle disponibili. Stiamo parlando di ciò che avvenne cinque secoli fa in mezzo al Pacifico ma sembra di leggere la storia attuale del mondo.

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I moai vengono distrutti dai vincitori, e le popolazioni iniziano a venerare l’uomo-uccello. L’arcipelago Moto Ko Kao, con le due isolette Motu Nui (la grossa) e Motu Iti (la piccola) diventano così la meta di una singolare gara, al termine della quale il vincitore viene riconosciuto come il legittimo discendente del dio, diventando per un anno il capo spirituale degli indigeni. Giungiamo così al quarto periodo, quando il Vecchio Mondo scopre questa rocciosa isola, considerata tra le più inospitali e prive di interesse dai vari esploratori che arrivano, tra cui James Cook. Il resto è storia recente, caratterizzata dal dominio cileno e dalla rivendicazione di maggiore autonomia da parte delle popolazioni autoctone.

Fa strano essere qui. Guardando il sole tramontare nel mare non si riesce a fare di meno di focalizzare la nostra posizione sulla mappa, su quell’unico puntino nero in mezzo a tanto blu. E così, mentre gli ultimi raggi di luce infiammano il cielo, mi tornano in mente le parole di una canzone a cui sono molto legato, ma che fino a questo momento non ero ancora riuscito a collocare nel posto esatto:

Ho sognato che il vento dell’ovest mi prendeva leggero per mano,
mi posava alla fine del mondo, tra isole e terre lontane.
Camminavo al tuo fianco sul molo, guardavamo le barche passare,
mi cantavi una musica dolce, più dolce del canto del mare.

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È una ballata triste e malinconica, che parla «di viaggi, di strade, di amici caduti, di amori incontrati lontano e di amori che il tempo ha perduto». Ascoltare questi versi mi ha sempre fatto pensare alla caducità delle nostre vite, a quel momento in cui tutto è passato e noi siamo lì, su quel molo, con le lacrime che ci rigano il viso, a ripensare a tutto ciò che avrebbe potuto essere, ma che invece non è, a rimuginare mentre «i giorni correvano e il tempo nel sogno volava». Ma questo non è il momento della malinconia, ma della pace e della serenità; è il momento di godere di queste emozioni, di queste sensazioni potenti, che richiamano alla mente perduti significati ancestrali.

A tutto questo penso, qui, su questo pontile, alla fine del mondo, cullato dall’oceano e dal canto del mare.

 

 

Questo articolo fa parte della serie sull’Isola di Pasqua. Questi sono gli altri link:
ISOLA DI PASQUA: itinerario di 5 giorni a Rapa Nui (giorno #1 e #2)
ISOLA DI PASQUA: itinerario di 5 giorni a Rapa Nui (giorno #3)
ISOLA DI PASQUA: itinerario di 5 giorni a Rapa Nui (giorno #4 e #5)

 

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