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GRECIA: su un’isola che non c’è, un luogo dell’anima senza coordinate geografiche

di Pietro Scacchi

 

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Nel greco antico, linguisticamente il grado di realtà delle vicende umane veniva espresso attraverso un preciso e raffinato uso dei tempi verbali. L’ottativo era l’espressione del desiderio più struggente dell’animo umano, coniugazione carica di una tensione spasmodica verso la possibilità che quanto agognato potesse accadere, seppur vi fosse coscienza che il livello di irrealizzabilità fosse molto alto. E così l’ottativo si tingeva di nostalgia e rimpianto.

Questa stessa sensazione struggente ti cattura ancora oggi navigando mollemente tra le brume degli scogli che punteggiano il liquido mare greco e ci si sente parte dell’epica di Odisseo:

si fantastica, tra una rotta ed un’altra, sul microcosmo delle vicende umane e dei personaggi che facevano di ogni approdo un teatro di commedie mitologiche.

E con lo stesso stato d’animo e la stessa tensione psicologica mi imbarco sul piccolo caicco in compagnia del timoniere dai folti mustacchi. Io e lui. Mi sbarca su quella che, sulla base della mia idea e delle mie ricerche, è stata individuata come un’isola deserta nell’antropico Mare Nostrum. Mi dà la poppa rapido e s’allontana. La luce è calda e muore verso la lingua di sabbia scura che da un lato accarezza le onde, dall’altro ammicca ad una piccola gola che s’addentra nell’isola e dalla cui imboccatura un alto palmizio sentinella sul camminamento di sabbia fine e cespugli bassi che virano nelle viscere di quel lenzuolo di terra.

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La schiena dell’isola è dolce; le sue vertebre di sassi bruni e rossastri trapuntati di tappeti fitti di timo in fiore su cui sciami di farfalle rimbalzano corrono da un capo all’altro del suo esistere. Tanto silenzio. Vento calmo. Lo sguardo arriva lontano ma riposa sicuro in un limite geografico racchiuso tra gli ondulati contorni collinari a portata del passo. Monto la tenda, godo l’obnubilazione del cielo stellato sul mio quotidiano pensiero preoccupato. La volta è un unico fantastico broccato azzimato. Ogni uomo, anche il più disincantato, assume quell’espressione desiderante, ottativa appunto, fissando la volta astrale. Ancora il desiderio.

Spiagge nascoste, acque turchesi, tappeti sommersi di globi cobalto: il mondo raffinato. Capre selvatiche a vedetta sugli speroni a picco sul verde smeraldo, lepri a zig-zag tra le zolle marrone bruciato intente a non farsi sorprendere dal volo alto del falco affamato.

Le carcasse delle cicale tempestano i tronchi delle tamerici e l’animale scorticato frinisce rabbioso nel caldo bollente vicino al suo vecchio corpo abbandonato. Solo un’ombra lascio che resti del mio passaggio su questo suolo sacro: non un’impronta perché il passo è tanto leggero quasi fosse inamidato. Nella poesia del luogo e nella prosa della mia presenza mi sento realizzato.

Lasciatevi guidare dal vostro desiderio, quello più nostalgico… Quello che si carica di mancata realizzazione; quello a cui non sapete dare né connotazione né un nome così come nome questo luogo non ha. Luogo fisico che diventi luogo dell’anima.

Dove sei stato? In Grecia… Sì, ma dove? Mi si chiede con grande insistenza… Quale che il brand, le coordinate geografiche, una sommaria cartografia da brochure turistica siano il segreto da carpire per rendere ripetibile l’esperienza.

Non ha importanza… Non ha nome… È un luogo dell’anima ripeto… Non serve che ti dia indicazioni per raggiungerlo. Lo devi scoprire da solo… Si trova dove vuoi ricrearlo tu.

 

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Photo credit: Pietro Scacchi

 

Caro Pietro, ti ringrazio con il cuore per la condivisione di queste impressioni di viaggio. Grazie per lo straordinario racconto di questo viaggio dell’anima! M

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