gradara borgo medievale cosa vedere

GRADARA: inseguendo li spirti di Paolo e Francesca nel borgo del marketing

di Matteo Bellocchio

 

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Io venni in loco d’ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.
La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.

Minosse lo ha appena ammonito: sarà molto più difficile uscire dall’Inferno di quanto lo sia stato entrare. Dante, accigliato, muove veloce verso Virgilio, che passando oltre si rivolge al lugubre giudice giustificando l’aggettivo della Commedia:

Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare.

Siamo nel secondo girone, dove sono dannati i peccatori carnali, che hanno offuscato la ragione con il piacere. Dante incontra le anime sbattute «di qua, di là, di giù, di sù», completamente in balia del vento, dal quale non hanno nessuna via di fuga né di auspicio per una minor pena: è potente l’immagine simbolica del contrappasso in questo Canto V, uno dei più famosi di tutta l’opera. In questa orgia di presenze in preda al caos, Dante viene colpito da «quei due che ’nsieme vanno, e paion sì al vento esser leggeri».

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Gradara è un delizioso borghetto medievale a pochi chilometri dalla Riviera Adriatica. È la meta ideale per giocare a scacchi con il mal tempo, che ci tiene lontano dalla spiaggia e ci spinge a poltrire riparati dalle intemperie. Da Misano ci muoviamo in direzione Gabicce Monte, ma sulla litoranea un cartello attira la nostra attenzione. Ne hanno parlato tanto lo scorso anno, quando questo paesino vinse il titolo di «Borgo dei Borghi» durante la trasmissione “Kilimangiaro”.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte.

Così si presenta Francesca da Polenta, moglie di Giovanni Malatesti e amante del fratello di lui, Paolo. Siamo verso la fine del XIII secolo: Gradara è un piccolo centro molto prospero fin dall’epoca romana, una zona ambita grazie al terreno fertile che consentì la coltivazione di cereali, vigneti e uliveti. Proprio per questo il territorio venne presidiato, già durante la fine dell’Alto Medioevo, dalle fortezze di Gabicce, Granarola, Casteldimezzo e Monte Corvino. In epoca tardo-medievale il castello passò sotto il controllo dei Malatesta da Verrucchio, che mantennero il mastio originario epotenziarono le difese, facendo costruire la cinta muraria con i camminamenti di ronda ancora oggi percorribili, dai quali la vista spazia fino alla striscia bianca che lambisce il mare.

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette Amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».

Siamo al primo piano della fortezza. Verso la fine del percorso guidato giungiamo in un’ampia stanza, bellamente arredata da un maestoso letto a baldacchino e altri mobili di legno disposti ordinatamente attorno al camino. Al centro fa bella mostra di sé il vestito che Eleonora Duse ha indossato un secolo fa nella pièce scritta da Gabriele D’Annunzio, dove interpretò la protagonista del nostro racconto. È qui che la storia, o forse l’accurato disegno di un’ottima operazione di marketing, ambienta il tragico epilogo dei due amanti innamorati:

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e senza alcun sospetto.
Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi basciò tutto tremante.

Giovanni entra e li scopre, Paolo cerca di fuggire dalla botola posta in un angolo della stanza ma viene ripreso dal fratello, che compie negli stessi ambienti il duplice delitto passionale. Sembra la trama di uno spettacolo teatrale, appunto, ma il fatto è realmente avvenuto, e il cui eco è stato talmente vasto che Dante decide di scrivere su di loro uno dei pezzi più sublimi di un’opera già perfetta di suo.

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Quello di cui non si è sicuri è proprio il luogo del misfatto. Sono tanti i luoghi che si vantano di aver ospitato i due sfortunati amanti, ma Gradara sembra essere il più plausibile: Giovanni entrò in possesso del castello e ne fece la sua residenza principale all’epoca dei fatti. Negli anni successivi la fortezza passò dapprima sotto il dominio di Sigismondo Malatesta, e poi della famiglia Sforza, e poi ancora venne presa da Federico di Montefeltro, signore di Urbino. Era l’epoca delle grandi signorie rinascimentali e dei grandi principi dediti alla conquista e al mecenatismo, che raggiungeva l’apogeo tra il XV ed il XVI secolo, prima di un lento declino. Gradara entrò a far parte dei possedimenti papali dell’Italia centrale, dove vi rimase fino all’Unità di Italia. Oggi attorno al nucleo storico sono cresciute delle zone residenziali, ma il cuore pulsante rimane fortificato tra le mura, e fa niente se ristoranti, rivendite enogastronomiche e negozi di posticci souvenir si contendono l’effimero interesse dei turisti, giocando con i nomi dei protagonisti della nostra storia.

E mentre ripensiamo a tutto questo, non possono non tornare alla mente le parole di chiusura del canto, che mettono in secondo piano tentativi più o meno recenti di sfruttare le figure simbolo della forza dell’Amore, perché non c’è operazione di marketing che riesca da impadronirsi di un patrimonio che appartiene a tutti e di cui dobbiamo andare orgogliosi:

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangea; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.
E caddi come corpo morto cade.

 

 

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