VARLAM ŠALAMOV: I racconti di Kolyma, nell’inferno bianco dei gulag siberiani [RECENSIONE]

di Matteo Bellocchio

 

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“Gulag” è un acronimo che sta per «G(lavnoe) u(pravlenie) lag(erej)». “Glavnoye”, cioè generale, principale. ”Upravlenie”, cioè gestione, direzione. ”Lager”, cioè… beh, questa purtroppo la conosciamo tutti. Deriva dal tedesco, e starebbe per “campo” o “magazzino”, ma nella coscienza collettiva indica i famigerati konzentrationslager voluti da Adolf Hitler. Quindi Gulag è un acronimo che significa «Direzione Generale dei Campi di Concentramento». Il termine divenne tristemente celebre grazie a Aleksandr Solženicyn, uno scrittore russo che negli anni Sessanta pubblicò una pietra miliare nella denuncia di queste realtà. «Arcipelago Gulag» fu una delle prime voci che squarciarono il velo di silenzio di questi inferni riprodotti sulla Terra, in cui le condizioni di vita arrivarono a quel limite estremo al di là del quale non resta più niente di umano, ma c’è solo diffidenza, rabbia e menzogna.

Con quale facilità l’uomo si dimentica di essere un uomo.

È il 1929. Mentre gli stati capitalistici si dibattono nelle spire della grande crisi, l’Urss, in virtù del suo stesso isolamento economico, non ne è minimamente toccata, e si rende protagonista di un gigantesco sforzo di industrializzazione. Stalin individua nei kulaki, il ceto dei contadini benestanti, il principale ostacolo da rimuovere. Contro di loro, ma più in generale contro tutti i coltivatori che tentano di resistere al trasferimento nelle kolchoz, vengono adottate misure restrittive e operate ingenti requisizioni. È l’inizio della collettivizzazione forzata del settore agricolo e delle sanguinose repressioni: migliaia vengono accusati come nemici del popolo e fucilati dopo processi sommari. Centinaia di migliaia vengono arrestati. Ma milioni di contadini e commercianti, professionisti e intellettuali, tecnici e scienziati, oppositori politici e dirigenti di partito, accusati di sabotare lo sforzo produttivo, vengono deportati con le loro famiglie in Siberia o nella Russia settentrionale, chiusi in campi di lavoro forzati o abbandonati in terre inospitali.

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Dal 1934 incominciano le grandi purghe: la macchina del terrore miete le prime vittime tra i quadri del partito e prosegue a un ritmo impressionante, sempre giustificando le proprie azioni con la necessità di combattere traditori e nemici di classe. Questa gigantesca repressione poliziesca non risparmia nessun settore della società e viene condotta nell’arbitrio più assoluto. In molti casi le vittime vengono prelevate nelle proprie case, fucilate o deportate senza nemmeno conoscere i capi di imputazione. Si calcola che dall’inizio della collettivizzazione allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, il conto totale delle vittime dello stalinismo ammontò, secondo le stime più attendibili, a più di dieci milioni.

Šalamov ci catapulta direttamente in una delle pagine più buie dell’intera umanità, al freddo di questi campi di concentramento dove l’inverno è bicolore, dove un alto cielo azzurro pallido quasi si confonde con la gelida terra bianca. Il libro è costituito da un insieme di racconti che hanno tutti lo stesso filo conduttore: narrare uno dei punti più bassi mai raggiunti dall’umanità.

«Tutti i sentimenti umani – l’amore, l’amicizia, l’invidia, l’altruismo, la carità, la sete di gloria, l’onestà – ci avevano abbandonato insieme alla carne perduta durante il prolungato digiuno. […] Avevamo imparato la rassegnazione, avevamo disimparato a stupirci. Non c’erano rimasti né orgoglio, né egoismo, né amor proprio; e gelosia e passione ci sembravano concetti marziani, futili per giunta. […] Capivamo che la morte non era per niente peggiore della vita e non temevamo né l’una né l’altra. Eravamo pervasi da una grande indifferenza».

gulag kolyma racconti salamov

Lo scenario di questi racconti è la sconfinata taiga, una enorme distesa verde di conifere che copre la maggior parte del territorio siberiano quasi senza soluzione di continuità, fatta eccezione per il fiume Kolyma e per l’omonima strada, costruita con il piccone e il badile, la carriola e la trivella, e le ossa dei prigionieri morti nel tentativo di combattere la Natura. Qui le temperature raggiungono il nadir del freddo terrestre. E proprio il gelo, insieme alla fame, costituisce la chiave di volta di tutta l’opera di Šalamov. Il mattino senza luce, senza sole, e all’inizio quasi indistinguibile dalla notte, porta alla luce la pelle bianca e tumefatta dei prigionieri, ridotti come i loro vestiti sudici e scadenti. Emergono dal buio facce gonfie che parlano di fame e di scorbuto, di congelamenti e quindi di sofferenze e amputazioni. Sono tutti stretti tra di loro, per un vano tentativo di rubare un po’ di calore al destino, dentro quelle baracche senza spazio e senza tempo, umide e prive di riscaldamento, all’interno delle quali spessi strati di ghiaccio gelano dentro ogni fessura.

Vivono sempre a un passo dalla più vicina fossa comune, a volte bramando l’oblio eterno a cui sanno di essere destinati, altre volte volgendosi con interesse verso quella vita che era rimasta al di là dei mari azzurri, delle alte montagne, dalla quale «ci separavano tante verste e tanti anni e alla cui esistenza reale avevamo oramai quasi smesso di crederci». E proprio questo è il messaggio che dobbiamo cercare di capire da queste testimonianze, quella piccola speranza per resistere all’angoscia ed allo sconforto:

«anche nel momento del vero bisogno si conosce soltanto la propria personale forza e fermezza spirituale, si definiscono i limiti delle proprie risorse, della resistenza fisica e della tempra morale. Ogni uomo aveva la sua estrema risorsa: aggrapparsi a quella vita che con tanta perseveranza e ostinazione si sforzavano di toglierci».

 

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