ENRICO BRIZZI: Nessuno lo saprà, viaggio a piedi dall’Argentario al Conero [RECENSIONE]

di Matteo Bellocchio

 

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Immaginate di aver appena fatto il grande passo, e di aver deciso di passare tutta la vita con la persona che amate. Immaginate di essere uno scrittore, anche di un certo successo, e che il vostro ufficio sia una stanza vuota e silenziosa di casa vostra, acquistata dopo l’immenso successo di «Jack Frusciante è uscito dal gruppo». Immaginate che a un certo punto arrivi un bambino, e che per forza di cose dobbiate traslocare nel ripostiglio. Immaginate, dopo tutto questo, che il silenzio di cui avete bisogno per scrivere non esiste più, che la casa sia popolata giorno e notte e che i ritmi non siano più scanditi da voi ma dal nuovo venuto. Immaginate che con vostra moglie una serie di cose inizino a perdere quota, «come se ti apparisse l’unica colpevole di un’esistenza ordinaria, dove solo di tanto in tanto ti è concesso di dimenticare ogni cosa e partire». Immaginate, giusto per non farvi mancare nulla, che anche il lavoro non stia passando un periodo felice.

Ecco, voi cosa fareste? Come affrontereste il problema? Stareste fermi ad aspettare che qualcuno o qualcosa venga a salvarvi oppure decidereste di prendere la vostra vita in mano per cercare di darle una svolta? Enrico Brizzi tenta la seconda strada. In tutti i sensi.

Volevi metterti alla prova, dimostrare a te stesso che non eri ancora un morto vivente. Pensavi che l’ossigeno ritarda la decomposizione, e anche se ognuno di noi è destinato a barcollare ogni tanto, sapevi che stare tra amici t’avrebbe fatto caldo al cuore.

E così decide di partire: «in ogni caso andare è meglio di restare fermi a prepararsi per un futuro che non verrà, la vita di puro entusiasmo come la sognavate da ragazzi». Non possono non tornare in mente le parole di Kerouac (ne ho parlato nell’articolo «JACK KEROUAC: sulla strada, perché non importa dove, l’importante è andare [RECENSIONE]»), quando afferma che la strada è vita, e che non è importante dove, l’importante è andare. Sempre.

enrico brizzi nessuno lo saprà recensione

Decide così di lasciarsi alle spalle il Tirreno e arrivare a piedi all’Adriatico, «un lungo giro per raggiungere le uniche persone di fianco alle quali vorrebbe essere capace di sentirsi a casa». Decide di viaggiare lentamente, perché «finché cammino, penso, e i pensieri più spigolosi si levigano da soli, per via dell’attrito, è una regola fisica». Decide di calpestare quella rete invisibile di strade antiche ed antichissime che si perdono nella notte dei tempi, ma che si stanno perdendo anche nella memoria delle nuove generazioni. Per compiere questa traversata l’autore non è solo, ma viene accompagnato dapprima dal fratello minore e poi dagli amici, con i quali passa per borghi e paesini dimenticati tra i monti dell’Italia Centrale. Tra questi personaggi, un posto di rilievo è di sicuro del Vietnamita, un Dean Moriarty in chiave post-moderna, con cui condivide la gioia estrema dell’eccitazione di parlare e di vivere la fine assoluta ed estatica di tutti gli innumerevoli particolari disordinati e angelici che si celano nelle loro anime da una vita intera:

se pure il Vietnamita non sta marciando a grandi falcate verso la follia, c’è qualcosa in lui di urlante e indomabile che lo rende inadatto alla vita civile. […] Dal finestrino poi diceva di aver capito un sacco di cose durante questi giorni. Che si sente concentrato come un grande judoka che vuole ribaltare gli avversari senza muovere un dito. Cosa stava vedendo mentre diceva così?

Il viaggio diventa così metafora della vita, si trasforma in un’esperienza spirituale e metafisica, che alterna momenti di riflessione sulle persone con cui si intrecciano i cammini a momenti di profonda introspezione sulla propria esistenza e sul passaggio generazionale, sicuramente dovuto all’ansia sul futuro del piccolo Malcolm. C’è lui, e c’è quella ragazza a cui ha promesso di voler bene per sempre, molto prima del matrimonio e senza bisogno di testimoni. Loro sono lì ad attenderlo alla fine del cammino, una certezza che si contrappone all’incertezza della partenza:

Ma perché te ne sei andato, ancora non lo sai. Sai solo che hai ubbidito ad un istinto, Una specie di paura.

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Durante la traversata, i protagonisti del racconto si trovano faccia a faccia con un’Italia molto diversa da Bologna, la loro città di residenza. Incontrano gli sguardi arcigni degli anziani che, seduti su sgangherate sedie, a vedetta di strade polverose, osservano questi pellegrini colorati dalle tele sgargianti degli zaini, dal blu dei materassini e dal rosso delle tende, che interrompono la monotonia cromatica dei campi e le giornate assolate tutte uguali; incontrano bambini e ragazzi che, al riparo da non si sa cosa nei loro orticelli dorati, lontano dalla modernità e dall’urbanizzazione, sono chiusi in sé stessi e diffidenti verso lo straniero e il diverso, sia esso del paesello al di là del crinale o al di là del mare; incontrano uomini e donne desiderosi di raccontare un passato che non esiste più, prima che la memoria li tradisca e le tradizioni si perdano per sempre. È anche per questo che bisogna «parlare della bellezza che ti ha riempito il cuore ad ogni nuovo orizzonte che s’apriva, e farlo subito, prima che si spenga l’amore che hai provato per ogni prato».

E mentre cammini da solo, immedesimandoti nel protagonista, pensa che oggi sei il risultato di ciò che eri, che la vita non finisce con l’arrivo di un figlio e che ogni volta si deve riniziare, da capo, con la consapevolezza che si cresce. Insieme.

Lo sai come ti guardano i ragazzi di vent’anni, mentre porti a spasso per il centro una bambina e una moglie? Ti guardano come un reduce, come carne morta, e non ci credono che anche tu un giorno ti sei fatto tatuare. E anche noi li guardavamo così, i padri di famiglia. Sii onesto. Li guardavamo male. Ma non è una questione di guerra tra generazioni. È solo che prima non puoi sapere com’è, mentre dopo, dimenticare è impossibile.

 

 

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