DAVE KUNST: l’uomo che per primo fece il giro del mondo a piedi [RECENSIONE]

di Matteo Bellocchio

 

È il 21 ottobre 1972. Dave e John Kunst sono in Afghanistan, stanno attraversando una stretta gola accompagnati solamente dai loro sogni e da un carretto trainato da una mula. Da questa gola, polverosa e deserta, uscirà vivo solo Dave, sopravvissuto ad un attacco da parte di banditi locali. Pensavano che nel carretto ci sarebbero stati dei soldi, e invece vi trovarono solo vestiti sporchi, cibo e padelle. Mentre John vi trovò la morte. «Adoro questo cammino e se muoio girando a piedi per il mondo puoi dire a mamma e papà che sono morto felice», aveva confidato a Dave qualche tempo prima. E Dave, ferito e sofferente, mentre lotta tra la vita e la morte, cerca di trovare una spiegazione, di dare un senso anche a ciò che non ne ha. La ricerca di John in questa vita si è conclusa, ma

morire facendo quello che si desidera fare era maledettamente meglio che vivere nel monotono solco della routine, come faceva la maggior parte della gente. La morte di John a 25 anni è stata uno spreco, ma quanti hanno fatto in tutto la loro vita le esperienze che ha fatto lui negli ultimi due anni e mezzo?

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I due fratelli Kunst partono sabato 20 giugno 1970 dalla soffocante Waseca, una piccola cittadina persa tra i laghetti e le vallate del Minnesota. Vogliono girare il mondo a piedi, toccare gli oceani da ambo i lati e percorrere tutte le terre emerse tra di essi. È un’impresa mai tentata da nessuno, spinta dal desiderio di essere diversi, di andare in cerca di qualcosa, anche se senza sapere cosa. Decidono di cogliere un’opportunità per elevarsi al di sopra della normale trivialità dell’esistenza e compiere così qualcosa di unico, una di quelle occasioni che capitano una sola volta nella vita:

lo abbiamo fatto per vedere il mondo, andare alla ventura, dimostrare che gli esseri umani possono fare qualsiasi cosa e anche per entrare nel Guinness dei Primati.

Potrebbe suonare folle un discorso del genere, ma sono gli anni della contestazione giovanile e del movimento hippie, gli anni di Easy Rider e di quella beat generation che ha fatto sognare milioni di persone, dando la possibilità di rompere le catene del conformismo, delle istruzioni d’uso impartite da altri, del successo economico a tutti i costi, lasciandoci la speranza che un domani diverso sia possibile: basterebbe solo volerlo, basterebbe solo volerlo fare. E Dave e John lo vogliono. E lo fanno.

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Partono a dispetto di quello che lasciano, figli cresciuti troppo in fretta e mogli da un amore oramai appassito. Vengono accusati di egoismo, di irresponsabilità, vengono attaccati da moltissime persone, da gente bigotta «che avrebbe potuto decidere, tanto per cambiare, di fare quello che desiderava fare e non quello che la famiglia, gli amici, la chiesa e il capo dicevano di fare». Arrivano a New York, facendosi aiutare da coloro che incontrano lungo la strada e che grazie alle radio ed alle televisioni riescono a seguire l’avventura in tempo reale. Attraversano l’Atlantico, e dal Portogallo giungono in Spagna, in Italia, nei Balcani e in Turchia. Da qui tagliano il Medio Oriente e l’Asia Centrale, fino a quel maledetto sabato di ottobre.

Lunedì 26 marzo 1973 Dave riparte. Questa volta con Pete, il fratello minore. Se lo erano promesso, tutti e tre, prima di partire:

due fratelli Kunst hanno iniziato il cammino e due lo porteranno a termine.

Si dirigono verso il Pakistan, ma per farlo devono oltrepassare il Khyber Pass. Da qui sono passate le grandi carovane del passato, i cui obiettivi erano la via della seta e le ricchezze dell’India. Alessandro Magno durante il sogno di dominio ecumenico, Gengis Khan che ha scatenato le sue orde davanti a sé, Tamerlano che fece di Samarcanda un nome sognato in tutto il mondo conosciuto. Sono solo alcune tracce che ha lasciato la Storia su questi sentieri. Sono orme antiche, a cui però si aggiungono episodi recenti. La mente corre subito alle guerre anglo-afghane: erano i tempi del Grande Gioco, della corsa contro il tempo tra Russia e Inghilterra, che da nord e da sud cercarono di estendere la loro sfera di influenza sulle steppe dell’Asia Centrale.

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L’India si rivela un inferno vivente composto da figure antropomorfe e visioni demoniache uscite dal pennello di Hieronymus Bosch. Portare a termine il cammino è l’unico pensiero che riesce a non farli andare fuori di testa. Masse umane e depressione, polvere, sporcizia, povertà, mendicanti, strade pregne di carri trainati da buoi, biciclette, camion e autobus sovraccarichi. Sono questi gli ingredienti della cloaca umana che li accompagna in una terra di giungle e di colline nere come il carbone, di lotte tra caste e di briganti. Dave e Pete ce la fanno a superare le paludi e le risaie del delta del Gange, e riescono ad imbarcarsi per l’Australia. Qui Dave prosegue il viaggio senza Pete. Ma trova l’Amore, un Amore che si chiama Jenny. L’Australia si presenta come una regione da pionieri, come il vecchio West di inizio Ottocento e tanto mitizzato dal cinema hollywoodiano. A differenza dell’India qui non c’è nessuno in giro: niente banditi, assassini di cui preoccuparsi, e nemmeno ignoranti, stupidi rompiscatole.

Qui non c’è nulla. È come se guardassi l’estremo limite del mondo. La notte, le stelle sono talmente luminose che si riesce a vedere quasi come alla luce del giorno.

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Per la prima volta Dave pensa di abbandonare il cammino. Jenny lo accompagna, e la sua presenza lo fa riflettere sul fato, su tutte le circostanze che lo hanno portato fino a quello sperduto angolo di mondo, a tutte le milioni di circostanze che hanno finito per portarlo proprio lì, proprio in quel momento. Ma da ora in poi ogni passo lo allontanerà sempre di più da lei. Dave tiene duro, e comprende che era nel suo destino, come la strada stessa, distesa davanti a lui affinché ci camminasse sopra, come se fosse stata costruita apposta per quello scopo. E così mentre prima, stesi sotto coltri di stelle e di nuvole che cavalcavano i cieli, si lamentava con John sul problema di attraversare i posti così velocemente da non avere la possibilità di incontrare qualcuno, ora da solo si strugge del beffardo destino che gli fa conoscere delle persone per poi essere costretto a lasciarle, forse per sempre.

Il 15 giugno 1973 Dave è in California, per intraprendere finalmente l’ultima parte di questa impresa. Per la prima volta è completamente solo, senza fratelli, senza mula, senza gente che lo infastidisce, senza problemi. Mai così libero in vita sua. Ma è anche senza Jenny. Uno sguardo indietro verso il futuro e un passo avanti verso il passato che ha lasciato. Cerca di godersi il momento, l’istante del presente, pensando che

i posti peggiori sono sempre quelli verso cui andate o quelli da cui provenite, o quelli che si trovano completamente altrove. Non sono mai quelli in cui vi trovate al momento.

E così, il 5 ottobre 1974, quindicimila miglia, ventidue paia di scarpe, quattro anni, tre mesi, sedici giorni, più di venti milioni di passi dopo, Dave rientra a Waseca. Ma solo per poco. Jenny lo sta aspettando nell’emisfero australe.

 

Photo credit: davekunst.com

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