JACK KEROUAC: sulla strada, perché non importa dove, l’importante è andare [RECENSIONE]

di Matteo Bellocchio

Tutte le volte che a New York arriva la primavera, Sal Paradise non riesce a resistere ai richiami della terra che il vento porta attraverso il fiume dal New Jersey. E deve andare. Così, per quattro intensi anni lunghi una vita, dal 1947 al 1950, l’autore ci racconta la storia di questo ragazzo, sé stesso, uno squattrinato scrittore, che soffoca nel caos di Times Square, dove «milioni e milioni di abitanti […] sgomitolano instancabili per qualche dollaro, l’allucinante sarabanda del prendi, arraffa, dai, sospira, muori». Soffoca a tal punto che non resiste, perché

non c’era posto dove non si annoiasse e non c’era posto dove andare se non dappertutto, non c’era altro da fare che vagare sotto le stelle, meglio se quelle dell’Ovest.

Inizia così un frenetico e continuo spostamento, fatto di autobus e autostop, di treni merci e di macchine scassate, tra l’Est della sua giovinezza e l’Ovest del suo futuro, dal paesaggio dolce e morbido del fianco atlantico al grande, arido e selvaggio West, passando per il cuore del continente. Kerouac ci lascia un vivido ritratto di un’America perduta, di anime perse e vite sprecate, di amicizie superficiali e famiglie in dissoluzione in questo mondo troppo grande. È la gioventù bruciata che solo un paio di anni prima era diventata iconica grazie al film di James Dean; sono i “ribelli senza una causa”, cresciuti all’ombra «di un dolore che risaliva a generazioni addietro per non aver mai fatto quello che si doveva assolutamente fare, qualunque cosa fosse, e tutti sanno cos’è».

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On the Road è un continuo andare avanti fino a quando la terra finisce, costringendo i protagonisti a fermarsi e tornare indietro. Sal va alla ricerca del paradiso per scappare dall’inferno in terra, va verso Los Angeles e soprattutto va a San Francisco, per perdersi nelle loro notti brutali, calde e sconvolte dall’ululato delle sirene. Siamo nell’immediato dopoguerra, e la West Coast sta diventando la nuova capitale del jazz e delle correnti letterarie d’avanguardia. La California di Sal è

selvaggia, sudata, importante, la terra dove gli amanti solitari, esiliati ed eccentrici si radunavano come uccelli, la terra dove chissà come tutti sembravano attori del cinema malconci, belli e decadenti.

In tutto questo il protagonista non è solo, e per magica metonimia diventa la salvezza per il suo amico Dean Moriarty, impersonificazione di Neal Cassady, un altro esponente della nascente beat generation. Dean il diavolo, Dean l’irrequieto con le sue scorribande, Dean che va alla ricerca del padre vagabondo, Dean il matto, che traspare nel suo modo di guidare, frenetico e inquieto. Dean apparteneva al mondo e non c’era niente che potesse farci, e Sal con lui condivide la «gioia estrema dell’eccitazione di parlare e di vivere la fine assoluta ed estatica di tutti gli innumerevoli particolari disordinati e angelici che si celavano nella nostra anima da una vita». Proprio tramite il personaggio di Dean, Kerouac raggiunge il massimo lirismo di tutta l’opera. Sal è a Denver, e viene colto dalla notizia che Dean lo sta raggiungendo per andare insieme in Messico.

Un terribile Angelo bruciante e tremante, […] che si avvicinava come una nuvola a velocità incredibile, […] che mi piombava addosso. Vidi la sua faccia sopra le pianure, enorme, fissa nella sua espressione di testarda decisione, con gli occhi scintillanti; vidi le sue ali; vidi il suo carro malandato da cui si sprigionavano migliaia di fiamme e scintille; vidi il sentiero bruciato che tracciava sopra la strada […], sopra i campi di granoturco, attraverso le città, distruggendo ponti e prosciugando fiumi. Arrivava nel West come un castigo. […] Dietro di lui, rovine carbonizzanti e fumanti.

Traspare una sorta di misticismo, un’attesa escatologica, ma al contrario, quasi come se stesse arrivando un altro cavaliere dell’Apocalisse, non più su un cavallo ma su una sgangherata e malconcia automobile, pronto a rompere il quinto sigillo della pergamena, ma non per portare morte e distruzione ma per fuggire via insieme dall’infelicità e dal malessere dello stare fermi.

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Un’intera generazione acclamò in Kerouac il suo portavoce e il suo interprete. John Clellon Holmes, amico personale dell’autore, e Fernanda Pivano, la giornalista che fece conoscere in Italia il mito della beat generation, la descrivono composta da

giovani perlopiù disperati e inquieti, che credono nella vita ma respingono i sistemi morali e sociali precostituiti e vogliono scoprirne da sé dei nuovi sperando, o illudendosi, di trovarli più efficienti. […] Vivono come vagabondi, si ubriacano di alcol e di droga, passano da un’automobile all’altra schiacciando l’acceleratore fino a bucarsi le suole delle scarpe e sfogano la loro energia, la loro avidità di vita, la loro ansia, in un’intensità spesso apparentemente senza ragione.

Vivono nell’unico istante che conta, il presente (tema che ho già avuto modo di trattare nella recensione del libro di Sylvain Tesson, che potete trovare qui), e non si preoccupano del futuro, perché «nessuno sa quel che succederà di nessun altro se non il desolato stillicidio del diventar vecchi». Non sapevano dove avrebbe portato tutto ciò, ma non gli importava granché: «perché pensare a questo con tutta la terra dorata davanti a me ed eventi imprevedibili di ogni tipo in attesa di sorprendermi e farmi sentire contento di essere vivo?». Questa frenesia non è una fuga, ma una ricerca attraverso un continente pronto ad aprirsi a loro come un’ostrica, con all’interno una gigantesca perla chiamata vita, una vita sulla strada. L’ansia lascia il posto alla felicità, nel momento in cui si lasciano alle spalle confusione e assurdità per compiere l’unica e nobile funzione che avevano a quel tempo, andare.

Le uniche persone che esistono per me sono i pazzi, i pazzi di voglia di vivere, di parole, di salvezza, i pazzi del tutto e subito, quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai banalità ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi d’artificio gialli che esplodono simili a ragni sopra le stelle.

Così intende Sal la beat generation. E forse sta tutto in queste poche righe l’essenza di questo nuovo movimento, irrequieto e inquieto, che ha le sembianze di Dean e i sogni del protagonista, che al giorno d’oggi vengono considerati ribelli senza motivo ma che senza di loro non avremmo avuto né la contestazione della controcultura giovanile o il movimento hippie, né Easy Rider o il rinascimento della New Hollywood cinematografica. La beat generation ha fatto sognare milioni di persone, dando la possibilità di rompere le catene del conformismo, delle istruzioni d’uso impartite da altri, del successo economico a tutti i costi, lasciandoci la speranza che un domani diverso sia possibile, basta solo volerlo, basta solo volerlo fare:

dovevamo ancora andare lontano. Ma che importava, la strada è la vita!

Photo credit: unsplash.com

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