SYLVAIN TESSON: nelle foreste siberiane, in una capanna sulle spalle dei giganti [RECENSIONE]

di Matteo Bellocchio

 

Ho vissuto un’esistenza che ruotava intorno a gesti semplici. Ho assistito al trascorrere dei giorni guardando il lago e la foresta, ho tagliato legna, pescato per mangiare, ho letto molto, camminato in montagna e bevuto vodka di fronte alla finestra. […] Ho conosciuto l’inverno e la primavera, la felicità e la disperazione […]. Nella taiga ho subito una metamorfosi. Nell’immobilità ho ritrovato qualcosa che il viaggiare non mi dava più: la pace. Il genio del luogo mi ha aiutato ad addomesticare il tempo.

Sei mesi, da febbraio a luglio. Sei mesi in cui Sylvain Tesson lascia la tomba della città per andare a vivere da solo nel tempio della taiga. Sei mesi che valgono una vita, in una capanna affacciata sul lago Bajkal, nell’evocativa Siberia. Tramite vivide descrizioni dei paesaggi, veniamo catapultati sul filo di un pendio geologico che nasce ad una profondità di 1500 metri e tocca il cielo a 2000. La capanna diventa così il punto di incontro tra questi due universi, un minuscolo puntino in bilico sulle spalle dei giganti, all’incrocio tra i tre mondi in cui l’autore andrà alla ricerca del tempo: il lago, la montagna e la foresta. In questo anfiteatro naturale, gli elementi regnano per l’eternità: c’è stata qualche lotta ai tempi del magma, ma ora regna la calma.

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Per desiderare una capanna al centro di una radura bisogna aver prima sofferto di indigestione nel cuore delle città moderne. Dopo essere rimasti paralizzati dal grasso del conformismo e invischiati nello strutto delle comodità, si è maturi per il richiamo della foresta.

Non possono non tornare in mente le parole del filosofo Henry David Thoreau, e non vedere una certa similitudine con le parole di Walden:

andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi. […] Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa.

Era il 1854, e le motivazioni risultano ancora oggi tutt’altro che anacronistiche. È un percorso di decrescita, dopo aver raggiunto quel picco della parabola gaussiana che sempre più spesso si cerca di superare, prendendo la rincorsa per sfruttare l’inerzia prima della discesa. Sperando che non sia troppo ripida e che i freni funzionino bene. Soprattutto pensando alle differenze con più della metà della popolazione mondiale, che soltanto adesso sta intraprendendo i primi metri della salita (ne ho parlato anche nella recensione del libro “Il cane, il lupo e Dio” di Folco Terzani, che potete leggere cliccando qui).

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In questo luogo remoto, un Eden nascosto tra le piante della foresta, il ghiaccio del lago e la vastità del cielo, l’autore va alla ricerca di ciò che manca:

il freddo, il silenzio e la solitudine sono condizioni che un giorno si pagheranno a peso d’oro. Su una Terra sovrappopolata, surriscaldata e rumorosa, una capanna in una foresta è l’Eldorado.

La vita non è facile. In inverno le temperature precipitano di molti gradi sotto lo zero e la capanna diventa quindi il regno della semplificazione, dove è vietato sprecare energie inutili nelle consuete sciocchezze quotidiane: la vita si riduce a pochi gesti vitali. «Bisogna alzarsi e accendere il fuoco, due azioni che celebrano il passaggio dall’ominide all’uomo», e che in condizioni estreme segnano il confine tra la vita e la morte, soprattutto nella morsa del freddo siberiano e nella delicata fase tra il gelo dell’inverno ed il disgelo della primavera.

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 Ma la vita da eremita riconduce le ambizioni alla misura del possibile: quando si limita il loro numero, si aumenta la profondità di ogni esperienza.

Per sfuggire dagli altri bisogna, però, conoscere sé stessi, o almeno imparare a farlo. E soprattutto, bisogna essere in pace per far fronte alla loro mancanza, che viene sopperita soltanto da un consolatorio ricordo. Sei mesi in una capanna significano una rigida routine quotidiana per soddisfare i bisogni primari: pescare e cacciare per nutrirsi, tagliare la legna e accendere il fuoco per scaldarsi, fumare sigari e bere vodka per riflettere. Ma non è la noia a spaventare, dato che c’è una cosa che fa più paura: il dolore di non dividere con la persona amata la bellezza dei momenti vissuti. Sembra un paradosso: ricercare la solitudine e crucciarsi per non poterla dividere con nessuno. Ma proprio mentre l’inverno cede educatamente il posto alla primavera, senza opporre nessuna resistenza, per la prima volta suona il telefono satellitare e il dolore raggiunge l’autore dall’altra parte del mondo:

non vuole più saperne di un uomo che è come un fuscello in balia della corrente. Il mio peccato è questa capanna. Mi sono lasciato sfuggire di mano la felicità.

Allora entra in gioco un ambiguo rapporto con il tempo, già constatato durante i mesi invernali, quando esso scorreva diversamente a seconda che si fosse nel tepore della capanna riscaldata dal fuoco oppure fuori, sul ghiaccio a pescare. Adesso invece, e repentinamente, il tempo smette di mostrarsi amico, di scivolare via liscio come seta, e trasforma ogni secondo in una puntura d’ago. Ma la Natura sovviene in aiuto, perché le forze della primavera stanno per arrivare. Si sentono, sono pronte all’attacco, ma ancora non osano tentare la riconquista. Presto sferreranno il colpo di grazia: il ghiaccio è la spia del tempo, le cui crepe, sono ambasciatrici. E allora bisogna cambiare le abitudini, raggiungere luoghi di pesca e caccia più lontani, evitando gli orsi affamati appena risorti dal letargo.

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Tesson impara dalla Natura, il genius loci del lago Bajkal, della Siberia, della Russia, di tutto il mondo, dalle steppe ai deserti, dal mare alle vette innevate del tetto del Mondo. Era partito pensando di frequentare la sua università, ma si accorge presto di essere ancora alle elementari. Allora la osserva, e la studia. I cani che gli fanno compagnia diventano così dei maestri che gli insegnano a vivere nella sola patria che valga qualcosa: l’istante. E tenta di addomesticare il tempo, di vivere pienamente ogni istante, focalizzando risorse ed energie solo in ciò che veramente conta. E mentre tenta di incamminarsi verso questa ardua strada, ci lascia un prezioso insegnamento, che in fondo in fondo tutti sappiamo, ma che troppo spesso dimentichiamo:

a metà strada tra il desiderio e il rimpianto, c’è un punto chiamato presente; bisognerebbe allenarsi a stare proprio lì, in equilibrio, come i giocolieri che lanciano in aria le biglie stando ritti sul collo di una bottiglia.

 

Photo credits: Unsplash.com, Pixabay.com

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