FOLCO TERZANI: il Cane, il Lupo e Dio, e l’allegoria della vita

di Matteo Bellocchio

 

Una favola che cela una storia vera, un vuoto da colmare dopo aver avuto tutto, e nonostante questo l’incapacità di capire cosa ci sia di sbagliato. Folco vive la crisi mistica dei 27 anni, scoglio tragico per gli animi maledetti del rock, e decide di fare qualcosa di eccezionalmente forte.

Qualcosa di estremo, dev’essere un vizio di famiglia.

Si sporca le mani nella Casa dei Morenti di Madre Teresa di Calcutta, e la morte, la malattia e la povertà sconvolgono il suo modo di pensare alle priorità. Scopre un altro mondo, lui che da bambino ne ha girati tanti, sballottato in tutto il sud-est asiatico per seguire gli spostamenti del padre. Il cambio di vedute è repentino e radicale. L’impossibilità di non poter dimenticare, di non poter tornare nel mondo “reale” lo portano tra gli asceti indiani. I più poveri tra i poveri, gli unici che non chiedono, che procedono con aria ritta e fiera tra gli sguardi curiosi dei turisti, loro che non hanno nulla ma sono dei re, proprio come le guide che il Cane incontra lungo il cammino:

nessuno di quei lupi aveva il collare, eppure invece di sembrare nudi avevano un’aria elegante, quasi regale. Erano assolutamente sereni nella loro semplicità.

L’esperienza con i baba è l’ispirazione di questo libro, è la favola che prende forma raccontando il vero. Incomincia in una città, e siamo già catapultati nel problema reale che affligge il Cane, mentre si accorge che il posto sicuro per lui non è ciò che ha sempre creduto. La città è l’allegoria del superficiale, l’ostacolo che ci separa da qualcosa di più grande, la Madre Terra, ciò su cui poggia ma allo stesso tempo ciò che è più distante da essa. È un crogiolo di persone che vedono persone, come in un labirinto di specchi senza uscita: l’uomo si è circondato di sé stesso, e ha perso il contatto con il mistero, con ciò che c’è più in alto, indipendentemente dal nome che gli si voglia attribuire.

la città nascosta dallo smog

Il Cane allora parte, voltando le spalle al Sole e seguendo la propria ombra. Percorre «strade intasate dal traffico e marciapiedi brulicanti di gente, scansando le gambe che si affrettano da un appuntamento all’altro e non lo notano neanche», e va alla ricerca della Montagna della Luna, allegoria del mistero. La storia si intreccia sempre più con quella dell’autore: non è un caso che l’India, la terra della spiritualità, ospiti le montagne più alte al mondo, che aiutano l’uomo a uscire dalla bolla di luce per protendersi verso l’ignoto, verso l’infinito, in un turbine di agnosticismo e misticismo. La via per la Montagna è però faticosa e lunga. Tornano in mente le parole che Dante fa dire a Virgilio all’inizio della Commedia:

A te convien tenere altro vïaggio,
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
se vuo’ campar d’esto loco selvaggio.

folco che corre coi lupi

Per trovare la Montagna, il Cane deve diventare Lupo, o meglio, deve ritrovare il Lupo che è in sé, ritornare a mangiare senza il Padrone e ritornare ad essere l’artefice unico del proprio destino. Deve lasciarsi alle spalle l’ansia economica, fare come le «miriadi di creature, grandi e piccine, nell’aria, nell’acqua e sulla terra, che ogni mattina si svegliano e non hanno niente», eppure esistono, prove viventi che un altro sistema è possibile. È la critica alla società moderna, in cui miliardi di persone stanno per intraprendere il cammino materialista che le porterà ad una occidentalizzazione standardizzata, ad un baratto impari di spiritualità in cambio di automobili e televisori. Un salto in avanti per loro, uno indietro con la memoria per noi negli anni del benessere economico.

Lungo la via il Cane incontra un branco di lupi, che lo aiutano e gli insegnano. Capisce la libertà che loro hanno scelto, pur nelle costanti difficoltà e senza le comodità date dal Padrone; e capisce così di avere molte più risorse di quanto avesse mai pensato. Apre gli occhi e vede da un’altra prospettiva le cose comuni. E così, quasi come se fosse stato fatto salire sulla cattedra dal professor Keating de L’attimo fuggente, si accorge che un albero è in realtà un Gigante:

aveva tante braccia e, incastonati nella pelle dura e rugosa, tanti occhi con le palpebre chiuse e lunghi capelli verdastri che cadevano fino al suolo e dondolavano leggeri nella brezza.

branco di lupi

Capisce anche che il Lupo non è ciò che lui aveva sempre creduto: qualcosa deve essere andato storto. A un certo punto il lupo deve aver fatto qualcosa di male all’uomo, tanto da diventare il nemico per antonomasia, soprattutto nelle fiabe. Il lupo viene evocato per ricattare i bambini piccoli; gli si augura scaramanticamente una morte veloce ogni qualvolta ci viene auspicata buona fortuna, trasformando il gesto primordiale di una mamma che mette al riparo i suoi cuccioli in un pericolo da evitare.

E nel momento in cui Muni, il più anziano del branco, soffre, il Cane finalmente comprende. Non si può non rivivere nella mente le emozioni di La fine è il mio inizio, in cui l’autore si trova a rapportarsi con la signora vestita di nero, così descritta dal padre e dallo stesso tanto attesa con il sorriso dipinto sul volto. Nel gioco di allegorie del libro Muni diventa Tiziano, e si ammanta di mito. Muni che cerca la Montagna della Luna, dopo aver visto già abbastanza del mondo; Tiziano che, già malato, realizza il sogno di una vita, raggiunge l’Himalaya per vivere con un santone indiano. E Tiziano diventa Lupo… Folco si distacca dall’ingombrante figura paterna e si fa portavoce dell’esperienza unica vissuta con Madre Teresa. Quasi un anno a stretto contatto con la Morte, lottando contro l’istinto di scappare, lui studioso e viaggiatore, che punta dritto verso la paura per diventare come gli altri, quelli che abbracciano i moribondi in un ultimo secondo che dura come l’eternità.

Quale miglior maestra, d’altronde, per farci apprezzare lo splendido miracolo della vita?

folco mentre scrive

Folco diventa un osservatore privilegiato dell’estremo momento in cui «quel qualcosa che vive dentro di noi, più leggero e invisibile dell’aria, vola via» e la parte che continua si svela come molto più importante di ciò che rimane. Avviene tutto in un secondo, che però la nostra società ha bandito dalla frenetica vita quotidiana. Un secondo che dura per l’eternità.

Nel momento in cui il Cane raggiunge la Montagna della Luna, anche noi capiamo che il vero viaggio è stato compiuto internamente, e che la scoperta si chiama Fiducia, «la qualità più potente di tutte». Il Cane lo capisce solamente dopo essersi affidato a coloro che incontra lungo la Via, dopo che ogni giorno, quasi per magia, ha ricevuto migliaia di doni.

Ma come si chiamava non lo poteva dire. Sapeva però che qualcosa c’è. «C’è un innominabile che si occupa di ogni essere vivente che, come me, si sveglia ogni giorno con niente e dipende completamente da…» Non aveva mai avuto quella fiducia prima, ma adesso l’aveva trovata.

 

Photo credit: Folco Terzani

2 pensieri riguardo “FOLCO TERZANI: il Cane, il Lupo e Dio, e l’allegoria della vita

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