IN PATAGONIA: Bruce Chatwin, un viaggio da Magellano al Far West

di Matteo Bellocchio

 

Mentre l’autobus attraversa il deserto, Chatwin guarda assonnato «i brandelli di nuvole d’argento che si spostano in cielo, e il mare grigio-verde di sterpaglia spinosa sparsa sulle ondulazioni del terreno, e la polvere bianca che il vento solleva dalle saline e, all’orizzonte, la terra e il cielo che si fondono mescolando e annullando i colori». Il viaggio parte da Bahìa Blanca, l’ultima città prima del Rio Negro, confine naturale della Patagonia, e punta verso Sud, seguendo quasi sempre il profilo costiero argentino per approdare all’estremità del mondo conosciuto, in quella Terra del Fuoco scoperta mezzo millennio fa da Magellano. Durante il percorso

l’autore attraversa interminabili distese di bassi rovi dalle foglie stinte, praterie ancora disabitate e quasi sconosciute che si estendono per centinaia e centinaia di miglia, altipiani vulcanici color tenebra avvolti da un cielo coperto da nuvole gonfie di pioggia che affluiscono dal Cile.

Chatwin ci porta nella Patagonia degli anni Settanta, ma, come tipico del suo stile, dedica molto più spazio alle persone rispetto ai luoghi mitici che sono nell’immaginario collettivo. E lo fa partendo da lontano, da un centinaio di anni prima, quando l’America Latina riesce a godere di uno sviluppo economico senza precedenti, basato prevalentemente sull’esportazione di materie prime e di prodotti agricoli verso rigenerativo Europa, scalpitante per la Seconda Rivoluzione Industriale. Questo sviluppo attira un consistente flusso migratorio, favorendo la nascita di grandi centri urbani nel Nord e popolando le campagne del Sud grazie ad una nuova colonizzazione in salsa moderna.

Così Chatwin, durante la scoperta di paesini polverosi e remoti, ci porta a fare conoscenza di gallesi, scozzesi, tedeschi, boeri, esuli russi e svedesi con la faccia di luna piena. Personaggi che decidono di unire i loro fallimenti e che si fanno trasportare fino all’estremità del mondo allora conosciuto.

il percorso del viaggio in patagoniaÈ per questo che nonostante le vivide descrizioni dei paesaggi, In Patagonia è un libro che parla prevalentemente di uomini. Rimane l’amaro in bocca in alcuni passaggi, quando Chatwin ci strappa quasi con violenza dalla desolazione della steppa, dal vento degli altopiani e dal freddo dei rilievi andini, per catapultarci in tempi e luoghi passati, che vanno da Magellano al Far West, passando per Shakespeare e Darwin.

Il viaggio di Chatwin ha un movente, la ricerca di un lontano parente, quel Charlie Millward che spesso compare senza preavviso. La storia di questo avventuriero di inizio Novecento viene ricostruita «da sbiadite fotografie color seppia, copie violacee da carta carbone, scarse reliquie e memorie di un tempo molto lontano». Sulle sue tracce si muove l’autore, dipanandosi tra una vecchia storia di reperti e un brandello di pelle di un dinosauro ingigantito dalle dicerie popolari… E così, sulla scia di sussurri e ricordi, di incontri e di visite, di ospitalità e di sospetti, Chatwin ci porta sempre più verso Sud, sempre più verso lo stretto di Magellano, sempre più verso la fine del mondo, che per lui rappresenta soprattutto la fine degli indizi da seguire.

le montagne della patagonia

Durante questi spostamenti incontriamo personaggi famosi, evocati dai malinconici immigrati e dagli avvinazzati peoni senza futuro che si pongono sul nostro cammino. Scopriamo così, tra le altre cose, che alcune leggende del vecchio West, come Butch Cassidy e Sundance Kid, si sono rifugiati in queste zone per sfuggire alla giustizia americana. Mentre il cinema western esaltava queste figure, Chatwin ripercorreva la nascita e la figura del cow-boy fuorilegge, spinto non solo dall’avidità ma anche da una serie di catastrofi naturali che alla fine del XIX secolo decimarono il bestiame. E a questo punto l’autore ci prende per mano e ci fa percepire la Patagonia come se fosse lo Utah:

aria pura e grandi spazi, neri altipiani rocciosi e montagne azzurre, e boscaglia grigia interrotta qua e là da distese di fiori gialli; un paese di ossami ripuliti dagli avvoltoi, dove qualche volta un camion sporca l’orizzonte con una nuvola di polvere.

La Terra del Fuoco oggi non c’è più. Venne chiamata in questo modo dall’esploratore portoghese a causa dei focolari che scorgeva dal ponte della nave. Pensava di essere arrivato all’Inferno, ma in realtà erano solo accampamenti di indios fuegini, anche loro oggi scomparsi: i fuochi sono spenti, rimangono solo le fiamme degli impianti petroliferi che innalzano nuvole nere nel cielo notturno. Pochi secoli dopo, il capitano FitzRoy comandava il brigantino Beagle, a bordo del quale il naturalista Charles Darwin, alla vista dei fuegini, elaborava la teoria dell’uomo come risultato dell’evoluzione di scimmie antropomorfe

una nave spiaggiata a punta arenas

Chatwin segue nel tempo e nello spazio le orme di Charlie, e giunge infine ad Ushuaia, la città più meridionale al mondo. Da qui vola a Punta Arenas, un tempo importante scalo marittimo durante il doppiaggio di Capo Horn attraverso lo Stretto di Magellano, ma poi relegata a ricordo quando all’inizio del secolo breve venne aperto l’istmo di Panama. L’autore riesce a rintracciare anche la caverna del milodonte, il cui brandello di pelle Charlie regalò ai nonni di Chatwin per il loro matrimonio, dando il via a questa avventura.

Finisce in questo modo il viaggio mitico attraverso la Patagonia, ma da qui iniziò la fama internazionale che il libro si merita. La sua eco ancora oggi illumina le menti, inumidisce gli occhi e riecheggia nella leggenda della narrativa odeporica.

 

Photo credits: Bruce Chatwin e Tyler Lastovich (unsplash.com)

4 pensieri riguardo “IN PATAGONIA: Bruce Chatwin, un viaggio da Magellano al Far West

    1. Ciao Federica. Rimane un libro ostico che parla relativamente poco della Patagonia e molto (forse troppo) delle persone che la abitano e delle loro storie. La recensione non spoilera nulla, quindi leggila pure senza problemi e se riesci mi piacerebbe sapere le tue impressioni in merito

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