GREGORY DAVID ROBERTS: Shantaram e L’ombra della Montagna, andata e ritorno dall’inferno [RECENSIONE]

di Matteo Bellocchio

 

Addentrarsi tra i vicoli e i grandi viali intasati dal traffico, assaporare i cibi, annusare gli odori, sentire i dialetti hindi e mahari, toccare con mano ciò che sta succedendo. Shantaram è un racconto di amore e redenzione che parla dell’India e degli indiani senza quasi mai uscire da Bombay: metropoli moderna, incubo distopico, crogiolo di anime, Babele di lingue, che fa da sfondo ad una personale rivincita, dopo che si è toccato il fondo e ancora dopo, molto dopo, che si sono sconfitti i propri demoni.

la copertina del libro shantaram

Shantaram è un libro del 2003, composto da quasi 1200 pagine che filano via svelte tra le dita, con un protagonista, Greg, che perde tutto. Perde la moglie e la figlia, dopo anni di eroina; perde la libertà, dopo una rapina a mano armata finita male. Ma Greg è anche un galeotto che riesce ad evadere da un carcere neozelandese, la sua patria di origine, e fuggire senza una meta precisa, ritrovandosi a Bombay per nascondersi tra le venti milioni di anime che occupano la metropoli. E sarà proprio in questa città, negli anni Ottanta, che si svolgerà la sua epopea verso la redenzione.
La storia fittizia del protagonista va di pari passo, almeno fino a un certo punto, con la storia reale dell’autore, Gregory David Roberts. Una storia travagliata, che ricorda da vicino quella di un altro galeotto, un certo Edward Bunker, conosciuto dai più per il ruolo di Mr. Blue nelle Iene di Tarantino, ma assurto alla fama eterna con il capolavoro Educazione di una canaglia. Bunker riesce a riscattarsi dopo una vita dentro e fuori dal carcere grazie al suo talento per la scrittura. Ed anche per quanto riguarda Roberts,

la scrittura diventa il viatico per la salvezza, una redenzione completamente terrena che parla di rivincita, e non di sconfitta, che parla di perdono, e mai di vendetta, che parla di sofferenza, ma che poi trova l’amore.

Greg diventa da subito Lin, il nome riportato sul passaporto falso che ha in tasca, quello con cui liquida trafficanti e faccendieri nei primi giorni a Bombay, ma ci metterà anni a diventare Shantaram, «uomo della pace di Dio», il nome indiano donatogli in uno sperduto villaggio nel nord del Paese.

uno dei tanti slum di bombay

Shantaram è un libro che parla di discesa, richiamando indirettamente l’inferno dantesco, l’obbligatoria necessità di andare verso il basso prima di risalire a riveder le stelle, come Virgilio spiega a Dante nel primo canto. L’inferno è rappresentato da Bombay, «una città che sembra uscita da una catastrofe», come riflette sul pullman che dall’aeroporto lo accompagna nella zona turistica, lo stesso pullman dal quale vedrà per la prima volta uno slum. E lo slum è il fondo, è Lucifero, che però nasconde l’uscita verso il Purgatorio e diventa appoggio sicuro verso la scalata. La vivida descrizione che Roberts riesce a riprodurre sulla carta si riflette negli occhi lucidi e strabiliati di chi legge. Siamo immersi in una esperienza sensoriale: ci fa vedere la contrapposizione tra la bellezza degli abitanti e la bruttezza delle abitazioni; ci fa udire i clacson delle macchine, il continuo brusio dal quale non si può scappare, ma anche i silenzi irreali delle montagne innevate dell’Afghanistan; ci fa annusare gli aromi delle spezie e i nauseabondi olezzi delle discariche e delle latrine a cielo aperto; ci fa assaporare i cibi di strada e le sofisticate bevande servite al Leopold; ed infine, ci fa attendere spasmodicamente l’arrivo del monsone purificatore e ci fa toccare con mano la disperazione degli ultimi, ma ci lacera l’anima descrivendone la fratellanza e la vicinanza.

la copertina del libro L'ombra della montagna

Il suo seguito è L’ombra della montagna, uscito nel 2015, e anch’esso abbondantemente sopra le 1000 pagine. A differenza del primo, sicuramente più ispirato e pregno di lirismo, il secondo parla di una risalita, non più tentata ma riuscita, idealmente rappresentata dalla montagna del titolo.
Tanto l’autore è stato parco nel primo libro ad usare il nome indiano di Lin, dove quasi solo nella cerimonia di adozione si sente l’utilizzo di Shantaram, quanto invece prodigo nel secondo. Usato da tutti, da conoscenti e da gente mai vista, dagli amici e da chi lo vuole morto, ma soprattutto da lei, Karla, la personificazione dell’Amore, l’ancora di salvezza in un mondo di gangster, di onore e di promesse mantenute, di crimini efferati e di piccoli soprusi, di ingiustizia e abusi di potere, di squilibri sociali e di sfruttamento dei più poveri. Karla è il nome e il volto della redenzione del protagonista.

vista del traffico di bombay

Anche la famiglia gioca un ruolo cruciale nella storia di Lin. Una famiglia perduta in Shantaram, più volte evocata nell’impotenza del fuggiasco; una famiglia che cerca di ritrovare nella Company, l’organizzazione criminale per cui si troverà a lavorare; un padre che identifica nella figura di Khaderbai, boss della malavita, che lo sfrutterà, ne muoverà i fili come un burattinaio, gli farà rischiare la vita in Afghanistan e Pakistan, senza per questo mai perdere l’anelito dell’affetto e della benedizione. E come a chiudere un cerchio, la famiglia che perde e cerca nel primo volume, viene ritrovata sotto L’ombra della montagna. Discussioni filosofiche e digressioni metafisiche verso la teoria della complessità, che muove il Bene e il Male, che si chiamino Dio, Allah o Ganesh, abbondano ma non stancano.

È una storia romanzata? Si lo è, e anche molto ben raccontata. Ma non è forse questo il migliore complimento da fare a uno scrittore? D’altronde neanche Dante è mai stato all’inferno, e sappiamo tutti come è andata a finire.

Photo credits: Igor Ovsyannykov (unsplash.com) e Elisa Giambi.

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